Le parole del mio nemico: la Grande Guerra vista dagli austriaci

da | 27-01-26 | Recensioni

Le parole del mio nemico (disponibile su Amazon o sul sito della casa editrice) è un romanzo scritto a quattro mani da Nicoletta Riato e Andrea Delìa, pubblicato nel 2023 da CTL Editore e selezionato nel 2024 tra i 200 migliori libri d’Italia al concorso “Tre Colori.

Ambientato durante la Grande Guerra, ne ripercorre le drammatiche fasi finali dall’ottobre del 1917 fino alla Battaglia del solstizio del giugno 1918. Protagonisti sono tre soldati austriaci – tra cui spicca il caporale Hans – che si ritrovano tra le mani due prigionieri italiani – Pietro e Beppe – da tenere d’occhio in un casolare lontano dal fronte.

Sarà proprio questa “convivenza” forzata a far emergere il carattere di ogni personaggio, nonostante le evidenti difficoltà di comunicazione che dovranno affrontare.

Che lingua usare?

Il problema della lingua si pone in ogni romanzo storico, visto che, anche solo 100 anni fa, si parlava in modo molto diverso rispetto a oggi. Per cui il problema tra aderenza a una realtà storica e comprensibilità per il pubblico contemporaneo è sempre presente.

Nel caso del romanzo Le parole del mio nemico, il problema è costituito dal fatto di avere personaggi che parlano lingue diverse (tedesco e italiano) e adottare la prospettiva di soldati austriaci. Ovviamente, il romanzo non può che essere scritto in italiano. Gli autori, però, hanno adottato particolari strategie per cercare di tematizzare e rendere evidente questa difficoltà comunicativa.

“Finti dialoghi”

Una delle caratteristiche che risulta più evidente, a partire dall’inizio dell’interazione tra i soldati austriaci e i prigionieri italiani, è la particolare natura dei dialoghi. Quando avvengono tra gli austriaci e gli italiani, infatti, lo scambio di battute scorre su due binari paralleli che non si incrociano mai. 

In un dialogo tradizionale, ogni battuta è conseguenza diretta della precedente, anche in scambi asimmetrici e “obliqui”, non perfettamente lineari. In questo caso, invece, gli austriaci non riescono a capire ciò che dicono gli italiani e viceversa, per cui è come se ogni personaggio parlasse attraverso dei monologhi che si intrecciano tra loro. Vediamo un esempio per capire meglio:

“Cosa c’è qui?” disse Ludwig. “Cara mamma… Oh, il nostro soldatino ha scritto alla sua mammina” canzonò.
“Ridammelo!”
L’altro rise sottile.
“Perché scrivi, italiano?” Non sai che uscirai di qui solo con una pallottola in testa?”
E fece il gesto del dito appoggiato alla tempia.
“Ridammelo, schifoso!” ripeté, tirando con forza le corde, con la speranza di spaventare l’altro.
“Che vuoi fare con quella mano monca e attaccato al muro? Vorresti mettermi le mani addosso?”

L’importanza del paraverbale

Risulta evidente come, in questo scambio, ognuno parli per conto suo, senza capire ciò che l’altro sta dicendo. O meglio, senza capirne le parole, ma comprendendone il senso attraverso altri elementi che intercorrono in una conversazione. I gesti, il tono della voce, la mimica facciale ecc. 

Infatti, Pietro insiste nel chiedere la lettera indietro, poiché è evidente che Ludwig lo stia sbeffeggiando su qualcosa di privato. Allo stesso tempo, Ludwig non fa fatica a decifrare l’atteggiamento ostile di Pietro.

Sono proprio questi gli elementi che fanno la differenza in un dialogo (anche nei casi di dialoghi “normali”), e nel sfruttare tutta questa dimensione gli autori sono stati molto competenti.

Il mutismo di Beppe

Sempre legato al tema dell’incomunicabilità, emerge in modo particolare un personaggio: Beppe, commilitone di Pietro e suo compagno di prigionia. Beppe, infatti, non parla mai

A lui non viene assegnata nemmeno una battuta di dialogo, e tutto ciò che lo riguarda compare nella narrazione, come se a lui fosse impedito di prendere parte attiva alla vicenda. E in un contesto in cui i personaggi non riescono a dialogare tra di loro, una scelta di questo tipo risulta particolarmente significativa. La sua presenza, per forza di cose, rimane sempre sullo sfondo, eppure non mancheranno momenti in cui risulterà, invece, decisamente incisiva.

La carta: il bene più prezioso

Ma come suggerisce il titolo del romanzo, sono “le parole del mio nemico” il bene più prezioso. O meglio, la carta su cui esse vengono scritte. Il caporale Hans, infatti, rimarrà ben preso a corto di carta. In un contesto in cui scrivere ai propri cari diventa un’ancora essenziale per non perdere la propria umanità, la carta diventa più preziosa persino del cibo. Quest’ultimo viene ridotto a semplice mezzo di sopravvivenza, altrettanto essenziale, ma svuotato di quel significato simbolico che, invece, la scrittura riveste. Soprattutto in un mondo in cui l’analfabetismo era sistemico e l’inchiostro non era proprio a buon mercato.

Sarà proprio questa condivisione della corrispondenza, questa esigenza di scrivere ai propri cari, a costituire un legame tra Hans e Pietro. Un legame che si paleserà soprattutto nel finale, che chiude il cerchio iniziato nell’incipit del romanzo.

La Grande Guerra del mio nemico

Tornando infine al titolo del romanzo, Le parole del mio nemico, emerge un altro aspetto di originalità già in parte esaminato: osservare la Grande Guerra dal punto di vista dei soldati austriaci. I nostri tradizionali “nemici”.

I protagonisti non sono più, come spesso accade nei romanzi italiani sulla Grande Guerra, poveri contadini che non sanno per cosa combattono, che non hanno mai parlato con altri italiani e che non conoscono lingua al di fuori del proprio dialetto. Al contrario (soprattutto il caporale Hans), sono soldati consapevoli del conflitto in corso, che sanno per cosa stanno combattendo e che hanno una coscienza nazionale che gli italiani di quel periodo si sognavano. Tutto ciò, lungi dal costituire un’esaltazione della guerra, renderà ancora più tragica la sconfitta verso cui andranno incontro.

L’ineluttabilità della sconfitta

Fin dall’inizio del romanzo, infatti, sappiamo come andranno a finire le cose. Il romanzo inizia con l’avanzata austro-tedesca di Caporetto, in cui finiscono catturati i due italiani Pietro e Beppe e che rappresenta un momento favorevole per l’esercito austro-ungarico. Qui i personaggi di Hans e dei suoi soldati appaiono in una posizione di forza, nonostante i dubbi che iniziano a farsi strada dentro il caporale austriaco.

Tuttavia, sul finire del romanzo, Hans parteciperà alle ultime, disperate battaglie, ritrovandosi a dover fuggire sotto l’avanzata del Regio Esercito italiano. Il senso di sconfitta qui è drammatico, perché Hans vedrà crollare davanti a sé tutte le certezze che lo avevano sorretto durante quella guerra. Allo stesso tempo, sarà proprio da questa sconfitta militare che, il caporale austriaco, ritroverà dentro di sé un barlume di umanità.

“Non aveva potuto neppure abbassare le palpebre ai compagni morti sul campo; aveva ancora il diritto di essere chiamato uomo?”

Breve ma intenso

Le parole del mio nemico è un romanzo breve, ma che in un centinaio di pagine racchiude un grande spaccato dell’animo umano. A mio personale avviso rappresenta una dimostrazione di come la Prima guerra mondiale, al di là di strumentalizzazioni in chiave o antimilitarista o nazionalista, sia un conflitto che abbia ancora molto da dire. Una guerra che tutti avremmo voluto non ci fosse mai stata, ma che ha influenzato il nostro mondo e la nostra società in un modo in cui, probabilmente ancora oggi, non ne cogliamo a pieno l’impatto.

Un romanzo che, anche a detta degli autori, si presterebbe bene a una lettura scolastica. Sia per il valore storico e divulgativo dell’opera, sia per il messaggio di umanità che vi è racchiuso.

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